GIORDANO BRUNO: LA FIAMMA DELL’INFINITO

C’è una statua a Roma, in Campo de’ Fiori, che guarda altrove, ha il volto in ombra e le spalle rivolte alla cupola di San Pietro.

È Giordano Bruno, filosofo, poeta e ribelle, che morì sul rogo per non aver rinnegato una verità troppo grande per il suo tempo: l’infinito.

Il filosofo dell’universo aperto

Bruno nacque nel 1548 a Nola e divenne, in poco tempo, una delle voci più scomode del Rinascimento, non fu solo un pensatore: fu un cantore della natura, un mistico senza convento, un viaggiatore dello spirito.

Rifiutò il geocentrismo e l’universo chiuso di Aristotele, abbracciando invece la visione eliocentrica di Copernico e spingendosi oltre: l’universo non è solo centrato sul Sole, è infinito, popolato da infiniti mondi.

Dio e natura: due nomi per un solo mistero

Per Bruno, Dio non è un sovrano lontano e giudicante, non è un’entità separata dal mondo, ma la vita stessa che lo anima.

È mens super omnia, principio trascendente e originario che sovrasta tutte le cose e anche mens insita omnibus, cioè mente presente in ogni frammento dell’esistenza.

Un esempio di mens super omnia si può intuire guardando il cielo stellato: l’ordine, l’armonia, le leggi che regolano i corpi celesti sembrano emanare da un principio superiore, invisibile e reale, che tutto governa, è come una sinfonia che suggerisce l’esistenza di un compositore.

Un esempio di mens insita omnibus è invece la foglia che cade in autunno, quel gesto semplice, quel movimento naturale, racchiude la stessa energia che muove le stelle, nella linfa che scorre, nella forma perfetta della foglia, Bruno riconosce l’intelligenza divina che agisce dall’interno.

Bruno ci dice che Dio è al tempo stesso oltre e dentro: governa l’universo dall’alto, vive nelle foglie, nei sassi, nel respiro di ogni essere vivente.

L’infinito si riflette nel finito e ogni singola cosa è una via d’accesso al tutto, come nel simbolo ermetico del microcosmo che riflette il macrocosmo, ogni creatura, ogni forma, ogni movimento naturale diventa specchio dell’intero.

L’albero, la stella, il pensiero e la pietra: tutto è Dio, tutto è sacro, questo pensiero, oggi lo chiameremmo panteismo, allora era bestemmia.

Bruno non predicava un Dio da temere, ma da amare, un Dio che non punisce, ma che pulsa nella linfa, nella luce, nella vita, per questo la sua è anche una filosofia della tolleranza: se ogni cosa è divina, nessuno ha il diritto di dominare l’altro in nome di un Dio separato.

L’uomo, scintilla del divino

L’essere umano, in questa visione, non è il centro dell’universo, ma una sua manifestazione, non è più la creatura prediletta, ma parte integrante di un tutto vivo.

La mano umana, dice Bruno, è strumento divino: crea, trasforma, realizza. Il fabbro, il pittore, il panettiere: tutti portano nel gesto quotidiano la forza del divino che agisce nella materia.

Amare la natura, farsi natura

Il vertice della sua filosofia si tocca ne “Gli eroici furori”, dove l’amore per la natura diventa slancio verso l’infinito, Bruno racconta il mito di Atteone, cacciatore che, osservando la dea Diana nuda, viene trasformato in cervo: da cacciatore a preda, da osservatore a parte della natura.

Il messaggio è chiaro: la vera sapienza non è nel dominare, ma nel perdersi nell’oggetto amato, nella natura, in Dio
.

Conclusione: il rogo e l’eredità

Giordano Bruno fu bruciato vivo nel 1600 anche se il suo pensiero non è mai stato cenere, è diventato seme, per ogni idea che rompe i confini, in ogni mente che osa contemplare l’infinito, in ogni gesto che fa del mondo una rivelazione.

Il suo messaggio, oggi più che mai, ci invita a una spiritualità incarnata, a una scienza poetica, a una filosofia che non divide, ma unisce, per restituirci allo stupore.

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