Avevo solo cinque anni, era un pomeriggio qualunque, di quelli che si dimenticano, se non fosse per un dettaglio che ha scolpito la mia memoria in una forma invisibile.
Ero in macchina con mio padre e dallo stereo usciva una voce che parlava di un “centro di gravità permanente”, non capii, ma qualcosa dentro di me tacque, come davanti a un mistero sacro, quel silenzio fu un seme.
La canzone era di Franco Battiato tratta dall’album “La Voce del Padrone”. Il viaggio era appena cominciato.
Erano anni in cui Internet non era ancora l’oracolo collettivo che è oggi e trovare altri pellegrini in cerca di quel “centro di gravità permanente” era come inseguire miraggi nel deserto.
Fu ancora una volta Franco Battiato a mostrarmi la strada: in un’intervista parlò apertamente di un libro, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, così lo cercai, con pazienza lo trovai e iniziai a leggerlo.
Avevo sedici anni, un’età in cui la mente brucia e il cuore cerca, leggere quell’opera fu come guardare negli occhi un fuoco interiore e riconoscerne la fiamma, il suo autore, Pëtr D. Uspenskij, raccontava l’incontro con un uomo fuori dal tempo: Gurdjieff.
In quelle righe prendeva forma una mappa esistenziale, chiara e al tempo stesso mistica, capace di nominare ciò che fino ad allora avevo solo intuito.
Era la mia “tuta da sub”, pronta a farmi immergere nell’osservazione della mia meccanicità profonda.
Il linguaggio era duro, essenziale. Eppure, parlava una lingua che conoscevo già: quella dell’Essenza, non della maschera.
“Tutto accade”, diceva Gurdjieff. e intanto io cominciavo a sperimentarlo sulla mia pelle, giorno dopo giorno, fino a quando incontrai un gruppo ristretto, aperto solo a chi era davvero disposto a mettere in discussione ogni certezza, pur di “svegliarsi”. In quel contesto, le emozioni cessarono di essere semplici reazioni automatiche: diventavano codici, mappe interiori da decifrare con pazienza e coraggio.
Il dolore del passato si trasfigurava in forza d’intuizione, la frustrazione si rivelava una soglia sottile, una porta nascosta che conduceva alla trasformazione autentica.
“Conosci te stesso e scoprirai l’universo” non era più una frase scolpita sul tempio di Delfi, ma una pratica quotidiana.
Ogni giorno, un’agguato al dialogo interno, ogni incontro, uno specchio simbolico, il lavoro interiore non era un sogno mistico, ma un cammino di disciplina, come lo studio di uno strumento musicale: ci vogliono anni, cadute, ripetizioni.
Nessuna scorciatoia.
Nessuna illuminazione a buon mercato.
Solo la danza tra Essenza e personalità, tra spirito e mente.
Una delle intuizioni più potenti che Gurdjieff mi trasmise riguarda il sesso come forza primaria, una lente attraverso cui rileggere ogni dinamica umana: politica, arte, religione.
Il desiderio come motore, la volontà come timone e poi la terza forza, quella sintetica, quella che unifica.
Nella dimensione della “Presenza” ho iniziato a forgiare la mia via, alchemica, sperimentatrice e creativaRealizzarsi significa soprattutto incarnare, lo spirito nel gesto, nella parola, nella disciplina silenziosa, coltivare quotidianamente uno stato dell’essere, perché in ogni essere umano esiste una materia di studio infinitamente ignota e in costante evoluzione, il proprio Sé.
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